
Ben Vautier "J‘ai pas peur du loup : c‘est
moi"

Guiseppe Chiari
"... a tempo"

George Brecht
"Valoche"
George Maciunas
"Fluxchess"
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CREATIVE R'EVOLUTION.
50 YEARS OF FLUXUS FROM THE ARCHIVIO BONOTTO
Barcelona: 21 - 23 gennaio 2009
«Tous est art, mais il faut des artistes pour le faire
comprendre aux gens». Ben Vautier
Un manto giallo di foglie, come un grande tappeto monocromo, copre
l'ingresso. “É un ginko biloba, un fossile vivente”,
sorride mentre mi saluta.
Piove e sale il rumore dal ciotolato di pietra lasciata grezza.
Sembra di entrare in una vecchia cascina di campagna.
Sotto il grande porticato un telaio di legno. “Fu il primo
con il quale cominciai ad intrecciare tessuto e pelle. La mia storia
parte li, negli anni sessanta”.
Entriamo. Nascosto tra un grande lavoro di Nam June Paik e una parete
con almeno trenta lavori di Ben Vautier, c'è il centralino.
Una signorina saluta gentilmente con alle spalle il grande manifesto
“Sentieri Interrotti”, grande mostra sul movimento Fluxus
del 2000 a Bassano del Grappa.
Siamo all'ingresso della Bonotto Spa. Una fabbrica. Un'azienda.
“Curioso”. Mi giro e intravedo quella che penso che
sia l'amministrazione nascosta da un lunga tenda a strisce. “
Ah, è un altro lavoro..”.
Passo vicino ad una piccola piramide di mosaico dorato. Mi ricorda
il Premio Guggenheim Impresa e Cultura. “In effetti l'abbiamo
vinto dieci anni fa, allora mica si parlava di cultura e impresa.
Erano gli inizi per l'Italia. Adesso serve forse per vendere borsette
o vestiti”.
Comincio a capire. Ma siamo solo all'inizio. Saliamo le scale. Si
aprono stanze e stanzette.
La fabbrica è coperta di lavori. Ovunque. Centinaia, migliaia.
Sparsi. Appesi. Spoerri, Rot, Patterson,Metzger, Maciunas, Chiari,
Forti, Friendman, Beuys, Cunningham, Brecht, AYo ... “ Cosa
vuole è giusto che vivano, che stiamo in mezzo alle vita
di ogni giorno. Che operai come dirigenti ci passino di fianco.
Che ci buttino l'occhio. Senza forzature”.
Ci troviamo così a parlare in una sala riunioni. Un grande
tavolo di cristallo copre un enorme lavoro di Milan Knizak dove
con il colore sono stati resi fossili oggetti di vita quotidiana.
“É stato così tante volte da noi. C'è
un rapporto di lunga data. È stato ministro della Cultura
con Havel.”. La stanza è piccola e vetrata e tutta
circondata dalle pezze di tessuto. Quelle per cui Bonotto è
conosciuto nel mondo della moda come uno dei grandi “creativi”
ed innovatori. Accende un teatrino di John Cage. Che sta lì,
tra un campionario e l'altro. Con normalità. Senza arroganza
e senza supponenza. Con la normalità extraordinaria dell'arte.
Quella stessa che si legge quando si prende in mano uno di quei
tessuti. Uno qualsiasi. “Nei nostri tessuti ci sono tutta
una serie di stratificazioni e sedimentazioni. Che poi tagliamo,
corrodiamo, modifichiamo. Li facciamo vibrare. La materia si deve
sentire. Deve emergere. Deve essere densa. Forte. Unica. Deve avere
storia, radici profonde, sulle quali inventare un nuovo progetto
contemporaneo. Noi vogliamo che tutti i nostri prodotti abbiamo
questa identità e questa visione. Che trasmettano la cultura
che hanno dentro. L'anima. Questo è per noi la stoffa. E
l'arte, in particolare Fluxus, ha influenzato il nostro modo di
pensare, di orientare qualsiasi azione che facciamo. Si è
innestata in tutto e ne determina anche i processi”.
Ascolto. Sento la passione dentro le parole. Mica la solita tiritera
marketing oriented. O le solite frasette del collezionista o del
mecenate che per trovare solidità sociale o riconoscibilità
o per avere qualche redazionale in più. Comincio a capire
perchè Armani come Prada, Margiela come Paul Smith, Boss
come Diesel scelgono Bonotto, fatto in Italia, in quel di Molvena,
in provincia di Vicenza, in quel del Veneto! È passato
qualche anno da quell'incontro.
Sono i primi giorni di dicembre. È sera. Ora di cena. Mi
trovo con Luigi Bonotto nella sua casa di Bassano del Grappa per
parlare della mostra che è il motivo di questo testo. Lo
trovo nel suo buen retiro. Una capsula dove si ritira per stare
in pace con Fluxus.
Un grande tavolo è popolato da una risma di fogli stampati
con piccole icone con parte dei migliaia di lavori dell'Archivio
Bonotto.
E su quelli Luigi valuta e crea le sue geografie curatoriali che
daranno vita alla mostra “Creative R'evolution – 50
anni di Fluxus nell'Archivio Bonotto”.
Luigi è sempre un fiume in piena. Malgrado la sua mitezza
e discrezione. È come aprire un libro vivente di storia dell'arte.
Ma di quella vissuta. Perchè questo è stato Fluxus
e Bonotto. Trent'anni di vita assieme. Non di collezione. Ma di
reciproco amore e di reciproca stima. Di collaborazione. La stanza
è ossessionata di opere. Ovunque. Dalle porte alle finestre,
alle pareti. Dalle mensole della cucina. Ovunque c'è una
traccia, un
segno, una presenza. “Cosa vuoi. Passavano. Stavano qui. Si
fermavano. Progettavamo lavori e situazioni. Si viveva assieme.
E si dava vita a progetti. Di tutti i tipi”.
Anche Luigi è un artista. Ha fatto l'Accademia. Era allievo
di Vedova. Nulla si inventa. “Ma l'incontro con Fluxus
mi ha aperto la visione e le prospettive. E sono entrato nella dimensione
di invenzione continua di Fluxus. E non l'ho più lasciata
perche è stata la mia
vita. Certo mi sono dedicato ai miei tessuti che poi sono diventati
un'industria, ma quella cosa lì è dentro di me. E
da allora non è più uscita”.
Mette sul tavolo un po' di scatole di Maciunas. Le mitiche. “Pensa
che una volta tornavo da un viaggio in aereo e alla frontiera mi
fermano con una serie di scatolette. Prova a spiegare al signore
della dogana che è arte! Pensava ci fosse droga. Cose strane.
Alla fine mi ha detto: Vada, vada. Io di gente strana ne ho incontrata,
ma come lei..”.
Di Maciunas ha tantissimo. Si aprono continuamente le piccole invenzioni
che sottostanno ai box sul tavolo. “Ah guarda qui il primo
manifesto di Fluxus, ho quello che ha corretto poi Beuys, guarda
il primo libro, guarda, guarda...”.
Mi mostra la prima pubblicazione del gruppo fatta di buste. Ci fermiamo
a Yoko Ono. Ride.
C'è scritto autoritratto. “Aprila”. Un piccolo
specchietto...Luigi ha organizzato la sua mostra di Yoko Ono in
Italia a Treviso nel 2007. Un rapporto speciale tra i due che continua
da tanti anni. Fatta di collaborazioni, corrispondenze, produzioni.
Vederli assieme è divertente. Luigi è imponente. Alto,
con una gran chioma bianca e profondi occhi. Lei piccola piccola.
Indifesa apparentemente. Magrissima.
Luigi è ricchissimo di aneddoti e racconti. Di personaggi
conosciuti e frequentati. Ha gli occhi di chi ha vissuto tanto.
Scendiamo nel “caveau”. Sono disposti a terra i lavori.
“Ho fatto alcune scelte per Barcellona, anche forti. Per esempio
quello è il lavoro che ha creato fortissimi imbarazzi politici
a Fluxus e che ne ha determinato anche una segregazione. Perchè
faceva paura”. Li vedrete in mostra a Barça!.
La stanza è piena piena zeppa di lavori. È come muoversi
nell'interrato di un grande museo. Ogni opera catalogata da due
archivisti assunti appositamente per seguire l'Archivio. Prima di
uscire verso il garage di apre un'altra stanza. “Qui tengo
le opere a cui tengo di più. Ho fatto anche mettere questa
porta blindata. Ma tanto non la chiudo mai! Chi vuoi che se li porti
via?”. Ride felice.
Anche il garage è pieno di lavori. Ovunque. “Vedi quelle
sedie? Ne ho fatta una per artista che è passato o sta da
noi...”. Saliamo in macchina verso una trattoria. Non abbiamo
nemmeno dato un occhio all'altro pezzo della collezione presente
in casa. Poesia visiva.
Altro tema. Ci sarà un'altra volta.
Fortuna vuole che non troviamo niente di aperto. È martedì
sera. Così giriamo in periferia collinare e ci raccontiamo.
Luigi partirà l'indomani per la casa di Nizza di Ben Vautier.
“Gli porto con questa macchina tutti i vestiti sui quali lui
scriverà per la mostra di Barcellona. Ci saranno un centinaio
di manichini. È felice anche lui della mostra. Pensa che
ha una casa coloratissima, con le pareti esterne piene di suoi lavori.
Per cui piene di scritte. Con lui.... ”.
Luigi Bonotto ci lascia con il suo lavoro una grande lezione che
torna utile in questi tempi di crisi di visioni. E dove tutti inventano
tutto solo per vendere una magliettina in più.
Le sponsorizzazioni non sentite non servono a nulla.
Non esistono rapporti arte - industria semplicemente fatti da un
logo sotto ad una locandina. O comprati con un assegno. La continua
pletora di inviti e manifestazioni fatte da imprese del mondo della
moda in molti casi sono solo vetrine per i vestiti ma niente di
più. Ed è per questo che dopo un po' muoiono. E che
il consumatore non le riconosce.
Un lavoro con l'arte e per l'arte deve innescare processi quotidiani.
Legati alla vita delle persone. Fatto per le persone. “Non
serve a niente e nessuno il quadro sopra ad una scrivania del capo.
Io ho amato da subito Fluxus perchè è uno stato del
pensiero. Uno spirito. Un modo di leggere e di vedere. E quello
mi ha aiutato in ogni momento della vita. Moltissimo anche nel lavoro.
Ogni volta che sto con un'artista è come se mi si aprissero
nuove vie. È come se capissi meglio alcune cose. È
come se quello che era nebbioso diventasse sereno”.
Questo è il motivo per cui Luigi è Fluxus e su Fluxus
ha fatto la sua atipica collezionearchivio.
Si legge la voglia di partire negli occhi di Luigi per incontrare
Vautier. Di incontrare il flusso ancora. Un flusso interminabile.
Che ha la fortuna di proseguire con la seconda generazione che ha
il grande impegno di portare avanti una delle maggiori collezioni
al mondo. Oltre diecimila tra lavori e documenti archiviati. Un
punto di riferimento internazionale per il movimento artistico più
rivoluzionario del secondo Novecento.
Le passioni come le esperienze non sono trasmissibili.
Ma in questo caso si sono create le condizioni ambientali perché
l'Archivio Bonotto abbia in Giovanni e Lorenzo Bonotto i prosecutori
di una vita straordinaria. Anche dei figli sono amico. In particolare
Giovanni è per me un fratello. Il Flusso si è trasmesso.
Ve lo garantisco. Cristiano Seganfreddo
Vicenza, dicembre 2008
Creative R'Evolution.
50 Years of Fluxus from the Archivio Bonotto
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