UNA PASSEGGIATA LUNGO
LA BRENTA A BASSANO DEL GRAPPA
Conversazione tra Luigi Bonotto ed Enrico Pedrini Enrico
Pedrini:
L'opera di Marcel Duchamp è stata fondamentale per l'arte
del XX secolo. Il suo percorso artistico ci ha aperto una nuova
dimensione mentale, liberando il nostro istinto, il nostro lo, dal
razionalismo eccessivo del mondo moderno. Con Duchamp l'opera cessa
di essere qualcosa da guardare, per diventare soprattutto qualcosa
a cui pensare. L'idea diviene il vero motore della ricerca artistica,
mentre il documento estetico si trasforma in oggetto, in traccia.
Il suo lavoro ha prodotto quindi un'apertura verso una nuova sfera
di libertà dove il processo ideativo di creazione assume
d'ora in poi un valore superiore a ogni processo formativo. A metà
degli anni sessanta Joseph Beuys, al contrario di Duchamp, perviene
a una personale concezione dell'essere umano: l'uomo è il
custode di un'energia in grado di modificare il mondo sia in senso
morale, sia in senso sociale e civile. Egli considera la creatività
l'attributo attraverso cui si estrinseca l'energia insita nell'uomo.
A ognuno è data quindi la possibilità di sprigionare
questa energia che è in grado di arricchire ogni atto e ogni
momento della vita quotidiana. Con Beuys si spalanca la strada alla
possibilità che ogni atto quotidiano, se svolto sotto la
forza della creatività, possa diventare esso stesso un atto
artistico. Quale di queste due personalità ti senti vicino
e a quale artista la tua passione meglio aderisce?
Luigi Bonotto:
Non preferisco uno all'altro, perché ognuno di questi due
artisti mi ha insegnato qualcosa, anzi per me Duchamp è
stato il primo che ha modificato i concetti sull'arte. Prima di
conoscere il pensiero di Duchamp apprezzavo l'arte "retinica":
frequentavo gli artisti che io definisco "retinici".
Apprezzavo l'Arte Astratta ed ero interessato a tutto quanto fosse
visivo. Con Duchamp ho cominciato a capire il concetto dell'oggetto:
non più soltanto l'aspetto visivo ma il contenuto dell'oggetto
che egli esponeva. In quegli anni, attraverso le edizioni prodotte
a Milano da Arturo Schwarz, avevo collezionato alcune cose di
Marcel Duchamp che poi ho scambiato quando ho frequentato gli
artisti Fluxus. All'inizio Beuys partecipava ad alcune performance
di questi artisti Fluxus e in comune con loro riteneva l'arte
un'opera "fisico-corporea", in effetti erano delle azioni,
degli eventi. Con Beuys ho cominciato a capire, ad apprezzare
l'evento della comunicazione. Egli teneva delle lezioni all'Università
di Düsseldorf la sua opera più importante è
stata in tutta la sua vita "la comunicazione". Per tale
ragione mi sono affezionato e appassionato a collezionare i suoi
"poster" che sono per me la documentazione di questo
comunicare, di questi suoi eventi, che riassumono tutto il lavoro
della sua vita.
E.R:
Aver collezionato quasi duecento manifesti del lavoro di Beuys
è un atto significativo e pieno di senso. Vorrei ora chiederti
se condividi pienamente alcune affermazioni di Beuys quali "La
Rivoluzione siamo Noi", che può essere espressa nel
seguente modo: "nelle nostre idee risiede l'unica rivoluzione/evoluzione
possibile", e continuando: "l'uomo libero è l'uomo
che agisce creativamente, in quanto ogni atto quotidiano, se svolto
sotto la forza della creatività, può diventare esso
stesso un atto artistico". Non pensi che la tua volontà
collezionistica abbia superato, per numero delle opere raccolte,
la normale collezione per diventare atto di pura creatività?
La tua raccolta sembra lanciare un messaggio di libertà
ma anche di presenza che vuole col suo atto esprimere un ruolo
"artistico"?
L.B.:
Naturalmente Beuys essendo un "Fluxer" ha espresso l'idea
dell'arte di Fluxus: arte intesa come performance, arte intesa
come operazione della vita. Quindi qualsiasi evento della vita
si può considerare un'opera d'arte. Come dicevo prima,
questa somma di eventi si può considerare l'opera completa
di Beuys e io ho cercato di collezionare questo lavoro completo.
Ogni collezionista costruisce una raccolta che legata alla disponibilità
economica testimonia la sua cultura. Tale impresa diventa la migliore
opera in vita del collezionista stesso.
E.R:
Quello che è anche interessante del tuo lavoro collezionistico
è la volontà di avere una testimonianza la più
completa possibile e non soltanto una presenza come fanno molti...
penso che a volte prevalga la necessità di esprimere nella
"quantità dei lavori" la completezza di un percorso.
L.B.:
Degli artisti che ho frequentato, studiato e ai quali mi sono
affezionato per i loro lavori ho cercato di collezionare nel modo
più completo la documentazione del loro pensiero. Ed è
per questo che ho raccolto tanti poster di Beuys. Nel mio caso
la voglia di avere tante opere è la ricerca di riflettere
sulle varie fasi dell'opera di un artista.
E.R:
Una tua caratteristica è l'attitudine a creare un archivio
che non sempre è riscontrabile nel l'attività dei
collezionisti...
L.B.:
Quando ho deciso di collezionare Fluxus e la Poesia concreta,
visiva, sonora ero convinto che per avere una documentazione e
un'idea di quanto stavo reperendo fossero in dispensabili i documenti
e nel Fluxus essi per me sono fondamentali. Sappiamo che il Fluxus
è stato un movimento ideologico e non un movimento finalizzato
alla sola produzione artistica. E quindi mi emoziona di più
un documento degli anni sessanta che un'opera degli anni novanta.
E.R:
Tu mi fai ricordare quel periodo ideologico del movimento quando
gli artisti Fluxus si mandavano l'un l'altro dei messaggi per
posta. In quel frangente essi erano più interessati a inviare
que sti messaggi che a fare le opere...
L.B.:
...infatti questi artisti hanno combattuto e lavorato contro la
mercificazione dell'arte e spesso hanno cercato di contrastare
i galleristi e il mercato come era inteso nel mondo attuale. A
loro non interessava il valore materiale e economico dell'arte.
Ed è per questo che talvolta la documentazione del loro
lavoro è più importante per me delle opere stesse.
In Fluxus e in Beuys l'evento e la performance hanno più
valore dal punto di vista dell'arte che l'opera stessa.
E.P.:
Tu sei un collezionista particolare proprio per questa attitudine
alla documentazione, all'archivio...
L.B.:
Difficilmente mi relaziono con altri collezionisti che hanno questa
passione. Normalmente il collezionista ha l'idea di "ammucchiare"
opere e al momento dell'acquisto è più interessato
a sapere se il lavoro è su tela o su marmo: egli si interessa
più al supporto che a conoscere il significato reale dell'opera
stessa.
E.P.:
Mi puoi spiegare quali sono le motivazioni e le occasioni che
ti hanno spinto a dedicarti in maniera così intensa alla
collezione? Vivere creativamente la vita che esprimi nell'esercizio
della tua professione creativa di produzione di tessuti e raccogliere
con tanta lena opere d'arte non ha in sé la volontà,
come in Beuys, di plasmare il sociale, attraverso i tuoi rapporti
con gli altri in campo economico, educativo e informativo?
L.B.:
Nella mia produzione di tessuti sono sempre stato più un
creativo che un manifatturiero inteso nel senso tradizionale del
termine. Ho frequentato le case degli artisti e loro la mia abitazione,
proprio perché tra di noi il rapporto si è sempre
basato sullo scambio: loro mi davano la libertà di pensiero
che io trasmettevo poi puntualmente nel lavoro. Questo mio impegno
si materializzava nel l'aiuto che offrivo loro soprattutto con
l'acquisto di documenti e di opere. Il mio lavoro di collezione
è stato uno scambio continuo.
E.P.:
Vorrei ora chiederti, in modo più completo possibile, quali
occasioni hai avuto per dedicarti così intensamente ad
alcuni movimenti quali il Fluxus e la Poesia Visiva?
L.B.:
lo ho cominciato a formare la mia collezione negli anni sessanta.
Negli anni prece denti avevo raccolto opere d' arte astratta che
successivamente ho cambiato. Anche se ho amato molto i suddetti
movimenti, i primi artisti che veramente mi hanno coinvolto appartenevano
al movimento Fluxus. Con l'aiuto di Francesco Conz, di Rosanna
Chiessi, Emily Harvey, Armin Hundertmark e Harry Ruhé sono
entrato in contatto con molti operatori di questo gruppo. Emmet
Williams ha poi iniziato a parlarmi di Poesia Concreta, Philip
Corner di performances musicali e mi hanno presentato altri artisti.
Ho ritenuto che le barriere tra Poesia con creta, poesia visiva
e sonora e Fluxus fossero molto labili. Per me la differenza stava
soprattutto nel fatto che un artista che aveva partecipato a un
"Festival Fluxus" era un artista Fluxus poiché
aveva un rapporto di retto con George Maciunas. Gli altri non
appartenevano a Fluxus, perché non avevano avuto l'occasione
di incontrare Maciunas e di trovarsi nei luoghi dove avvenivano
i festival. Trovavo tra loro una corrispondenza di intenzioni
e di idealità. Ho poi iniziato a conoscere diversi altri
poeti che sentivano il bisogno di esprimersi attraverso dei segni,
dei colori, delle performance. È nata una catena di conoscenze
e così nel giro di vent'anni mi sono trovato a frequentare
la maggior parte degli artisti che ho collezionato.
E.P.:
Quali sono stati gli artisti che ti hanno più appassionato
o che ricordi con più entusiasmo?
L.B.:
Buona parte degli artisti presenti nell'Archivio sono passati
dalla mia abitazione. Prima di Bassano abitavo in campagna e avevo
una casa con lo studio e il laboratorio annessi. Gli artisti lavoravano
durante il giorno e la sera ci si ritrovava insieme e si passavano
molte ore a parlare d'arte. Questo luogo, Molvena, è stato
un punto felice di incontri, in quanto era diventato un centro
di cultura artistica e tutto ciò è successo in un
periodo di tempo che è durato quindici anni. A volte contemporaneamente
erano presenti anche tre o quattro personalità di cui ho
diverse documentazioni. Nella mia abitazione si potevano incontrare
ad esempio Ben Patterson, Dick Higgins, Alison Knowles. Una volta
si sono uniti anche Philip Corner e Eric Andersen. Era un piacere
e un divertimento passare le serate con loro. Di giorno producevano
e studiavano, insomma facevano quel che volevano, lo ero contento
perché a me rimaneva la documentazione fotografica e sonora
delle opere e dei progetti.
E.R:
Mi farebbe piacere conoscere la tua storia, che comincia da Marostica
e prosegue a Bassano del Grappa. In particolare vorrei sapere
se la storia dell'arte presente in queste due città ha
influenzato e arricchito la tua passione per i linguaggi dell'arte.
Desidero anche sapere se qualche personaggio storico ti ha particolarmente
colpito ed è stato per tè un esempio da seguire
ed emulare.
L.B.:
Mio padre mi raccontava dei suoi interessi e delle sue passioni
quando ero piccolo con i pantaloni corti. Lui conosceva bene l'arte
veneta del Cinque e Seicento. Mi parlava di un artista locale
famoso, della bottega dei pittori Dal Ponte detti i Bassano: il
più grande è stato Jacopo, che era già figlio
di un artista che fu il padre di una grande dinastia di pittori.
Mi parlava anche dello scultore Antonio Canova e non tanto degli
altri artisti locali. Mi faceva notare l'atmosfera dei nostri
monti, soprattutto del monte Grappa che si ritrova nei loro lavori.
Altri artisti che mi hanno culturalmente formato sono Michelangelo
Buonarroti e Vincent Van Gogh per il loro modo di essere e per
la loro creatività. Durante la mia gioventù ho coltivato
una passione per questi artisti, per la loro voglia di vivere
e di operare. Michelangelo è stato quello che più
mi affascinava. Poi quando sono cresciuto ho avuto la possibilità,
vivendo a Valdagno, di respirare una cultura più contemporanea
che in quel periodo era all'avanguardia in Europa con il Premio
Marzotto. Certamente sono stati i primi germi che sono entrati
in me quando ho conosciuto i lavori di Lucio Fontana, di Arman,
di Alberto Burri, di Christo eccetera. Ho riflettuto in tal modo
sul significato dell'arte di quel periodo e poi sono andato avanti
a riflettere sul lavoro di Marcel Duchamp. Con questo artista
francese ho avuto l'occasione di fare una partita di scacchi,
in dieci mosse mi ha imbrigliato e la risposta che mi ha dato
è stata: "Ognuno tira fuori quello che ha dentro".
L'amico Alberto Diramati che era un grande appassionato di scacchi
mi ha portato nel circolo scacchistico dove si poteva incontrare
Duchamp.
E.P.:
Il racconto di una vita è un fatto importante ed esemplare
per gli altri. Penso che la tua passione sia certamente un invito
per chi vuole attualmente incamminarsi in questa avventura. Generalmente
si prende spunto e stimolo a ripetere i gesti e le passioni di
chi ci ha preceduto. Puoi ora dare qualche consiglio a chi si
è messo a coltivare e percorrere questo cammino collezionistico
con gli artisti di oggi?
L.B.:
Secondo me è molto difficile seguire un metodo, perché
ogni epoca è contrassegnata da sfumature diverse. Se posso
dare un consiglio è quello di innamorarsi di ciò
che si sta collezionando, di studiare la storia e il pensiero
degli artisti e di cercare di comprendere le opere, avere degli
intenti molto comuni con loro, un feeling che sfocia appunto in
una condivisione. Il tipo di collezionismo che apprezzo è
quello che si innamora degli artisti e non quello che ordina a
stock. Consigliere! a chi pensa solamente all'atto commerciale
del l'opera e ha paura di fare troppi errori di investire nell'acquisto
di terreni o di case piuttosto che in opere d'arte. Ecco perché
ho collezionato documenti cartacei, sonori e testimonianze fotografiche,
cioè tutto ciò che gli artisti lasciano quali orme
e frammenti del proprio passaggio.
E.P.:
Ti posso definire come un collezionista di "storia futura",
anche se legata a un preciso momento storico, dal momento che
per tè sarebbe diventata tale. Oggi continui a lavorare
per rendere reale questo tuo progetto?
L.B.:
Spero di aver collezionato opere che faranno parte della "storia",
anche se sono convinto che la storia appartiene ai vincitori a
discapito anche della "verità" e dei "valori".
Se poi quello che ho fatto diventerà una vera storia come
quella dei vincitori, questo mi farà molto piacere perché
ho contribuito a conservare alcuni documenti e le tracce importanti
del loro lavoro e del loro sentire.
tratto da:
"Joseph Beuys. Difesa della Natura. The Living Sculpture.
Kassel 1977 Venezia 2007
Omaggio a Harald Szeemann"
A cura di Lucrezia De Domizio Durini
Silvana Editoriale, 2007 |