TESSERE
TUTTO, TUTTI E DAPPERTUTTO
COME NACQUE IL PROGETTO "ARCHIVIO E FACOLTA'" IN COLLABORAZIONE
CON ARCHIVIO BONOTTO
di Luciano Ghersi
"Bello come l'amplesso
di un ombrello e una Singer
sopra un tavolo anatomico."
(Lautréamont, Canti di Maldoror)
Nell'estate del 1998, tessevo nel parco di mostri dell'arte contemporanea,
che sarebbe il Giardino di Daniel Spoerri in Toscana. Ci avevo montato
la tenda di Global Home, che non era soltanto una installazione.
Era anche un cantiere di arte pubblica con due telai da tessitura
a mano, costruiti con ferraglia recuperata da una discarica Coop:
ganci da carne, carrelli da spesa, scaffali e così via.
Nel giardino dei mostri, ci si tesseva a mano un enorme tepee indiano.
Ci faceva anche tessere il pubblico, riciclando recuperi più
o meno tessili: indumenti anche intimi, lacerati ed integri, fili
elettrici, tubi flessibili, balocchi che i bambini offrivano al
tessuto. Così la tenda di Global Home è un tessuto
intriso di feticci: ci sta pure una cravatta di Assessore, sacrificata
all'inaugurazione, ci sta pure una canna da passeggio che Daniel
Spoerri infilò nell'ordito, sfidandomi a tessere anche quella...
e per farcela entrare, dovetti segarla.
Un bel giorno, lo Spoerri mi porta la merenda con l'annuncio che
gli sono arrivate certe balle di stoffa da sbrindellare, per tessere
il tepee di Global Home. Quelle balle di stoffa erano inviate da
un certo Luigi Bonotto, che non conoscevo affatto. Lui invece, a
me sì: era mio collezionista già dall'85, quando aveva
trovato a Milano, da Alberto Schubert, certi miei televisori tessuti
a mano, che erano pure morbidi cuscini, tessuti apposta per riannodare
quel filo interrotto che collegava il tatto e la visione.
a poi solo nel 2000, mi arriva il Bonotto in persona, sotto la tenda
di Global Home, che avevo trasferito alla festa di Montecio Rock,
dopo vari incongrui accampamenti. Tra cui: un cimitero germanico
monumentale dove, tra gli altri, ci sta sepolto Boehme, il calzolaio
e mistico zen, che ispirò l'idealismo tedesco. Fra i lussuriosi
angeli barocchi dal sesso francamente indiscutibile, si tesseva
tanto bene in cimitero, che ci ho poi invitato a tessere pure Mensa
Kpodo, Tessitore di Klikor nel Ghana. Allora costruimmo il telaio
tradizionale africano con le assi e le viti dell'Obi (Hobby Legno
germanica).
Ma tornando a Montecchio nel frastuono dei concerti, Bonotto si
diverte a rintracciare le zone del tepee di Global Home dov'erano
inserite le sue stoffe lacerate. Ora scopro che Luigi, oltre che
collezionista dell'estremismo artistico contemporaneo, oltre che
prestigioso imprenditore tessile, è pure artista in proprio
e tessitore a mano. Mi è dunque collega, è anche lui
in equilibrio sul filo sottile che è teso fra l'estetica
e la funzionalità.
Sul filo fra estetica e funzionalità, ho tessuto di recente
dei "tappeti scendibagno" (o "quadri lavabili"
in lavatrice), con l'intenzione appunto, di infiltrare l'arte nell'ambiente
quotidiano dei bagni, stabilendo contatti con i piedi nudi. Stavolta
tessevo su un curioso telaio a pedali fant-archeologico-industriale,
che fu assemblato anticamente dal Tessitore Enea d'Arcidosso, con
legni ed ingranaggi di recupero. Chiamai "Re-Jeans" le
mie bellezze al bagno perché dentro a quei tappeti ci riciclavo
i jeans. Il tessuto di brandelli non è di mia invenzione
ma è una forma popolare di arte, sia classica che contemporanea.
Purtroppo questi artisti sono ammessi a poche gallerie ma Gebhart
Blazek, gallerista in Vienna, sta organizzando una storica mostra.
Mi sono poi buttavo sui sedili d'automobile, con il solito obiettivo
infiltrare l'arte in un altro ambiente quotidiano: quello dell'auto.
Ho tessuto così, dei "Cop-Rici-Sedili", per i quali
ri-ciclavo il telaio di una branda, ricavandone un telaio da tappeti
tradizionale dei nomadi. Anche loro lo farebbero un telaio così,
se trovassero le brande abbandonate ai cassonetti dell'immondizia.
Purtroppo i poveretti non hanno cassonetti: trovano al massimo lavagne
scolastiche da progetti falliti di educazione e le riciclano come
telai.
Neppure il tappeto coprisedile, fu mia invenzione: confesso di averne
già visti in Magreb e in Nepal, sia annodati con gli stracci,
come me, che annodati con lana originale. Salva in eccetto, l'attuale
parentesi storica e il suo sedicente design, la presenza dell'arte
negli arredi e negli attrezzi quotidiani è di norma in qualsiasi
civiltà. A proposito, i miei coprisedili stanno benissimo
anche in poltrona e in sala da pranzo, oltre che in macchina e dentro
ai musei.
Poi rivedo Bonotto a Valdagno, nello storico centro di tessitura.
Qui c'ero capitato per la Notte dei Musei, pwe tessere il Kente
su un telaio africano tradizionale, da me ricostruito in filagna
di castagno: insomma, con dei pali da recinto imbullonati. L'arte
del Kente è è troppo evoluta per l'attuale Uomo Bianco.
Io però modestamente, fui ammesso alla più prestigiosa
corporazione Kente del mistico centro di Klikor, in Ghana. Ho anche
il nome iniziatico di "Tessitore del Secolo"... non forse
del secolo attuale, però mi consolo: anche Nietzsche fu inattuale.
Ciò importa poco, nell'economia del cosmo. Torniamo a Valdagno
e Marzotto, dov'è giiusto arrivato Bonotto, il Luigi. Ce
ne andiamo al Museo delle Macchine Tessili, per commuoverci di fronte
agli assemblaggi meccanici del Tessitore Castegnaro. C'è
un orditoio a botte, creato con la culla del figliolo e con le ruote
della sua propria bici... se gli oggetti hanno un'anima, anche questa
trasmigra. L'orditoio sembra quasi un'opera di Tinguely ma non è
affatto una "macchina inutile". Infatti non si limita
a significare: funziona e produce egregiamente. sul quel solito
filo fra estetica e funzione.
Prima ch'io torni alla Facoltà di Tessere (in Umbria, a Porchiano
del Monte), Luigi mi ha riempito la Opel Kadett con i suoi campionari
di stoffe. Le ficcava tra i pezzi di un gran telaio sardo per tappeti,
già raccattato a Nule, in provincia di Sassari, dove i subbi
(o diciamo anche: i rulli) si chiamano "binarius" perché
io credo che anticamente, lì saccheggiassero le ferrovie
per farsi i telai. Quelle stoffe di Bonotto son campioni a "fazzoletto":
sono come dei mosaici con centinaia di varianti cromatiche e di
armatura, tra cui lo Stilista ne fa ritagliare una: quella che andrà
in produzione con la sua firma. Questa è la Moda, tesoro,
non puoi farci nulla.
Giunto a Porchiano, ho sezionato a strisce una "fazzolettatura".
L'ho sforbiciata sul parapetto delle mura medievali, perché
non disponevo di un tavolo lunghissimo, dove potessi distenderla
tutta. La stoffa sforbiciata diventerebbe "trama" però,
si capisce che occorre anche un "ordito"... e l'ho tirato
sempre alle mura, perché c'è tanto spazio a disposizione.
Poi si capisce, ho armato un telaio: quello in legno di gelso, che
lo fece il Bottaio di Montevarchi al tempo dell'ultima (si fa per
dire) guerra mondiale, perché all'epoca ci fu una grande
crisi di stoffe industriali. Sicché il Bottaio rifece un
telaio, e lo rifece in legno di gelso perché la seta non
interessava più e di conseguenza, neppure quei gelsi che
foraggiavano prima il baco da seta. Perciò il legno di gelso
per rifarci un telaio. Ma gli ifece il pettine in ciliegio perché
battendo, ha da essere più duro: "Tumb! Tumb"!
Ma chi è F. T. Marinetti? E qual'è la poesia delle
macchine? C'è un grande passato nel nostro futuro, viva l'agri-futurismo!
Insomma, in quel telaio del Bottaio, ci ho infilato i miei filini
uno per uno, con la cosiddetta pazienza infinita del Tessitore.
Pazienza così detta da chi non può sapere quanto invece,
lui goda e si rilassi, attingendo le radici antropologiche dell'ossessione,
della libidine e della ragione... la quale diciamolo, è proprio
il telaio: senza telaio non c è flosofia, lo ha compreso
anche Goethe, sebbene lui sia un classico, Alla fine, ho tramato
le mie strisce di stoffa, in modo che ciascuna restituisse la sequenza
cromatica originale dei fazzoletti campione. E' banale, lo so: non
mi sforzo di creare, volevo vedere soltanto che cosa potesse succedere.
E che infatti poi succede, con il mio immodesto contributo... diciamo
di Artista o di Tessitore?
Così ho tessuto il primo tappeto (quadro, arazzo... non saprei),
con i campioni di Archivio Bonotto. Il tappeto (quadro, arazzo...
non saprei), mi sembra una stupenda coincidenza organizzata: è
più bella che l'incontro dell'ombrello con la macchina a
cucire. Perché un tavolo anatomico è più brutto
del telaio: in questo c'è più vita... Mi consenta,
Lautréamont.